| Poche e semplici parole... | ||
La caposala entrò in camera. Aveva una corporatura mediamente robusta: non molto alta, capelli neri e corti dal taglio maschile, lineamenti delicati, occhi chiari. Portava occhiali dalla forma arrotondata. Posò la cartella clinica sul lenzuolo, in fondo al letto, e io avevo le gambe distese: appena la depose, istintivamente tirai indietro i piedi. Giunta al davanzale della finestra, sul quale appoggiò le altre cartelle, si voltò subito verso di me e mi guardò con attenzione per un po’ di tempo. Mi sentii osservata ed ero a disagio, tanto da non riuscire a guardarla. Si appoggiò col fianco al muro, restando in silenzio e i suoi occhi continuavano a osservarmi, mentre il primario parlava e scriveva come avrei dovuto alimentarmi, e dava altre informazioni riguardo all’intervento subito. Dietro di lui c’erano un paio di dottoresse, probabilmente delle tirocinanti. Ero in camera con un’altra donna di circa quarantacinque anni. La stanza era abbastanza spaziosa, oltre ai due letti c’erano un tavolo con due sedie e un bagno attrezzato. Le porte erano blu china, i serramenti della finestra rossi, i muri grigio-bianco. Un ambiente pulito, poco opprimente. La mattina che venni dimessa, la caposala mi disse di recarmi in sala medicazioni. Mi ero appena lavata per come mi era stato possibile, dopo un giorno dall’intervento e con il drenaggio alla ferita. Vi entrai, c’era molta luce, sulla destra il medico addetto alle terapie per il periodo della convalescenza era seduto alla |
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