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Quando ci si accosta alla voce di un poeta mai letto prima, come è per me nel caso dei testi di Mariacristina Proserpio, si rischia di essere sempre condizionati dalle proprie consolidate coordinate mentali che ci inducono a giudicare in un senso o nell’altro a seconda delle nostre convinzioni teoriche. Si giudicherà, quindi, il poeta o la poetessa sulla base delle nostre linee interpretative.
Pure, queste poesie s’impongono ad una prima lettura, al di là, di quanto ho detto, per la purezza della loro inflessione, per l’immediatezza delle loro invocazioni, per la loro fiducia nella forza e nell’evidenza della parola, che da esse traspare.
La Proserpio deve essere o molto giovane o veramente limpida d’animo per avere il coraggio di usare parole così piene di responsabilità come amore o libertà che fanno tremare le vene ai polsi di poeti “laureati”. Eppure, oltre l’analisi delle singole composizioni, l’impressione che se ne ricava è quella di una leggerezza e di una fondamentale serenità che ispirano tali prove, prove che si offrono in una essenzialità di pronuncia tale da ricordare i versicoli ungarettiani con i termini ben isolati tra loro e valorizzati dallo spazio bianco che acquistano nella pagina.
Ciò che si può augurare all’autrice è di continuare con questa vena introspettiva così fluida senza lasciarsi condizionare da eccessive valutazioni di tipo teorico o po’ematico che, se sono eccessive, lasciano un sapore d’amaro in bocca al lettore. |
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